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Capitolo III - La Matematica italiana nel cinquantennio 1890-1940

Parte 3 - La matematica italiana nel periodo tra le guerre



3. L'autonomia professionale

Abbiamo già accennato precedentemente, a proposito dell'UMI, ad alcuni aspetti legati all'oggetto di questo paragrafo, certamente il più difficile da costruire perché quello che più coinvolge i rapporti con il potere politico. Qui ritorniamo sull'argomento solo per consentirci alcune considerazioni conclusive.
Non è difficile riconoscere che il settore disciplinare che siamo soliti individuare come “matematica” gode di uno statuto privilegiato, sostanzialmente legato alla sua neutralità politica, cioè all'obiettività e alla applicabilità generale della conoscenza specifica e alla competenza “apolitica” degli specialisti. Ciò ha certamente impedito il fenomeno del mutamento, nel periodo tra le due guerre, dei criteri specifici di selezione e di valutazione che è stato osservato in altri settori disciplinari. Se si prendono in considerazione i dati dei concorsi a cattedra ed a posti di assistente nei tre settori fondamentali della Matematica (Analisi, Geometria e Meccanica) espletati nel periodo 1923-1940, non sembrano trasparire intrusioni estranee a quelle della considerazione del valore scientifico dei candidati44.
Anche sul fronte di quella che si suole chiamare “pressione ideologica”, l'invadenza del fascismo appare certamente inferiore a quanto talune ricostruzioni parziali hanno tentato di suggerire. Sicuramente c'è l'opzione a favore di una scienza (e di una Matematica) utile, pratica, che sappia e voglia confrontarsi con le esigenze del Paese e rifiuti il modello di un mondo accademico chiuso nei propri privilegi e portatore di un autonomo livello teorico. Questa opzione permette ai matematici del CNR (Picone, soprattutto, ma anche Bompiani, Cantelli, Scorza...) di sentirsi in linea con gli orientamenti del regime, ma nel contempo non impedisce a Severi, il matematico “puro” per eccellenza, di controbilanciare l'INAC con l'INDAM e diventare uno dei punti di raccordo tra mondo accademico e mondo politico.
Non è dunque al livello della sfera produttiva che vanno individuate le responsabilità del regime nei riguardi della crisi tendenziale della matematica italiana. Molti si fermano a questa costatazione, dimenticando l’altra faccia della medaglia, quella delle impuntature e degli strappi: i due “manifesti” del 1925, il giuramento del 1931, l’autarchia e, infine, le leggi razziali del 1938. È su questo terreno che si registra l’incapacità dei matematici a difendere fino in fondo l’autonomia del loro lavoro.
Visto il problema da questo secondo punto di vista, le leggi razziali rappresentano, per i matematici italiani, il vero turning point dei loro rapporti col potere. Quelli che approvarono apertamente, quelli che fecero finta di farlo e quelli che furono segretamente contrari al fascismo e/o a quelle leggi non valutarono il danno enorme causato a loro stessi ed agli italiani ebrei. Non valutarono la rottura profonda che in quel momento si operò con la tradizione più significativa della matematica italiana, quella che l'aveva resa “grande” a livello internazionale; non valutarono l'occasione perduta di riaffermarla, quella tradizione a cui, tuttavia, dicevano di costantemente richiamarsi; l'occasione perduta di riscattare, sulla base anche di un valore professionale quale l'internazionalismo scientifico, anni di silenzi e/o di “assentimento”.
Sul piano della legittimazione sociale o della autonomia professionale, gravi sono le responsabilità del regime nell’alterare la dialettica delle varie discipline scientifiche e mettere al primo posto un certo spirito nazionalistico, il conformismo accademico, un deteriore atteggiamento gerarchico e un principio di autorità che diventa dogma incontrollabile nelle sue estensioni. Ecco, qui, ad un livello meno immediato, troviamo le pesanti responsabilità del fascismo che prende alcuni caratteri, certamente presenti nel costume e nella cultura italiani del periodo, e li legittima, li ufficializza, li estremizza. Trasforma il nazionalismo in un valore assoluto, imponendolo ad una comunità scientifica che credeva nell’internazionalismo della ricerca ed era esplosa proprio grazie ai fitti contatti internazionali. Impone un modello di struttura accademica in cui non c’è posto per il dissenso, in cui della composita figura di docente universitario viene sempre più sottolineato il ruolo di (fedele) funzionario dello Stato, in cui l’autorità è sempre meno il prevalere quasi spontaneo della competenza e diventa un’investitura dall’alto grazie ai meriti acquisiti in termini di obbedienza. È un costume accademico e intellettuale che viene sovvertito o, meglio, inasprito nei suoi aspetti più deteriori. È una degenerazione che ancora si avverte. E le conseguenze non sono riscontrabili solo sul piano etico, del costume professionale. Quando si fa passare, pressante, il messaggio che si fa carriera soprattutto grazie all’affidabilità, ovvero all’obbedienza, quando si insiste anche a sproposito sui “valori” della tradizione italiana, non ci si deve poi meravigliare se il dibattito tra i giovani ricercatori stenti a decollare, se c’è meno curiosità, se c’è meno ansia nell’instaurare rapporti internazionali di informazione e collaborazione scientifica. Una cultura provinciale e una semplice ordinaria gestione dell’esistente diventano inevitabili. Ma soprattutto diventa inevitabile un isolamento internazionale che sarà gravido di conseguenze alla ripresa post-bellica.
Una considerazione finale. La problematica dei rapporti con il fascismo – di conflittualità o di acquiescenza alle direttive del regime – non riguarda solo una comunità scientifica e il suo passato. Si dimentica spesso, troppo spesso, che i matematici sono stati una delle punte più significative dell’intellettualità italiana e che lo  studio delle loro vicende apporta nuovo materiale documentario all’analisi dei ceti intellettuali nel nostro Paese e dei rapporti tra cultura e politica. Sono temi tutt’altro che secondari nel periodo fascista, tutt’altro che secondari nelle società contemporanee. L’elargizione di riconoscimenti – morali o economici; individuali o collettivi, di un’intera comunità scientifica – in cambio dell’appoggio o del tacito consenso nei confronti delle direttive politiche introduce, per i matematici, una forte discontinuità con il periodo di inizio Novecento e pone il problema del ruolo dell’intellettuale. Deve occuparsi solo di quanto è di sua stretta competenza? Deve solo dimostrare teoremi? Oppure gli sono permesse delle “invasioni di campo”, in quei campi dove si offre per svolgere un ruolo di supplenza di poteri non esercitati (o malamente esercitati)?
Anche nella storia della Matematica italiana tra le due guerre mondiali, ci sono episodi meschini che verrebbe voglia di dimenticare. Ci sono matematici che identificano il loro potere con la gestione della situazione esistente – qualunque essa sia, qualunque richiesta venga loro avanzata – e si trasformano in sbiaditi yesmen e in burocratici sostenitori dell’establishment. Ci sono però anche delle belle figure, di matematici che sanno resistere alle tentazioni di coinvolgimento in un potere a loro eticamente estraeneo. Sono stati anche più lungimiranti e sono esempi che continuano a dirci qualcosa.  Non si sono sbiaditi. Per la loro autorevolezza scientifica e la loro fermezza – e la necessità di simili testimonianze – continuano a mostrarsi più vicini di quanto il tempo indichi.
Ci pare di poterci avviare alle conclusioni col dire che l'argomento reale di discussione è su cosa si debba intendere per “recare vantaggi” ad una disciplina scientifica. Si può, constatando la vicinanza temporale tra il documento dell'UMI del '38 ed il crescere dei finanziamenti per la matematica, dotarla perfino di un secondo istituto di ricerca e di perfezionamento, concludere col considerare quel voto un “vantaggio”? O non dobbiamo anche vedere il quadro complessivo della scienza italiana del periodo e i limiti della cosiddetta politica scientifica del Fascismo (prima e dopo l'autarchia)? O non si devono anche notare i numerosi casi di chi ha sfruttato la possibilità di riferirsi ai luoghi “normali” del sapere matematico nella pratica politica del fascismo per crearsi un posto, per sé o il suo settore disciplinare, in seno al sistema o conservarselo?
È per esempio possibile intepretare il voto del vertice dell’UMI del dicembre 1938 come dettato dall'esigenza di recare “vantaggi” alla matematica? Certamente sì, se  soggettivamente così lo interpretò, a posteriori, buona parte dei matematici del nostro paese, ivi compreso un certo numero delle vittime, e probabilmente così preferirono farlo interpretare gli estensori stessi del documento. Ma l’interpretazione che qui ne è stata data è diamentralmente opposta, perché valutata in un quadro più ampio, in cui non l’ultimo posto occupa l’accentuazione dell'isolamento internazionale dei matematici italiani.
Un'analisi interna del documento dell'UMI rivela intanto che quel voto è chiaramente articolato in due punti fondamentali: a) la matematica italiana è creazione di scienziati di razza ariana; e b) la matematica italiana, anche dopo la sua decimazione, conserva le condizioni per il suo sviluppo e, comunque, è in grado di coprire i vuoti. Ed è fin troppo chiaro che il punto b) è funzionale allo scopo reale del documento che è: c) nessuna delle cattedre di matematica rimaste scoperte per effetto delle leggi razziali deve essere sottratta alle discipline matematiche. Sotto questo aspetto, il punto a) è una inutile dichiarazione di “lealtà” alle direttive del regime, l'unica “lealtà” richiesta alla comunità essendo quella di obbedire alle “leggi”. Ma il punto a) è anche parzialmente falso. Lasciato volutamente nel vago, e seguìto da una lista di nomi che arriva fino a Vitali, esso lascia intendere che da sempre la matematica italiana è stata “ariana”, ben sapendo che se ciò è vero per quella risorgimentale, non lo è più per le generazioni successive. Ma è anche parzialmente falso il punto b) sulla facilità a colmare i vuoti: basti riflettere sul fatto che per sostituire Levi-Civita fu precipitosamente chiamato Signorini da Napoli, mentre lo stesso Severi andava ad occupare la cattedra che era stata di Enriques! È noto del resto (Tricomi, 1967, p. 20), che il corso di Fubini a Torino fu dato per incarico allo stesso Tricomi, che così fu costretto a tenere ben tre corsi di Analisi, e gli si dovette anche affidare la direzione della Biblioteca matematica, già tenuta da Fano.
Resta dunque il punto c), dal primo dopoguerra divenuto un vero cruccio per i matematici italiani. Certo, il problema agli occhi dei matematici si acuiva per effetto dell'elevato numero di cattedre che essi perdevano, ma la linea seguita prima e dopo le leggi razziali dimostra per l'appunto l'inutilità di quel voto. Non è il caso di richiamarla, bastando qui ribadire che il problema delle cattedre va inquadrato nell'incapacità del regime a risolvere fino in fondo la questione del potenziamento e della riorganizzazione della scienza italiana. Gli scienziati sperimentali, che auspicavano maggiori spazi accademici ed un'organizzazione scientifica distinta da quella universitaria e ad essa parallela, si videro perciò costretti a tentare di aggredire, ai fini del reclutamento dei loro allievi, il capitale accademico “accumulato” dai matematici. Fu appunto nel corso di tale dibattito/scontro che Severi elaborò la sua linea interpretativa della tradizione matematica italiana che rimarrà una costante in tutta la sua produzione sull'argomento, se si eccettua il '38 che, proprio perché segna una rottura, dà netta la sensazione di una forzatura, necessariamente di circostanza, dettata a mio credere solo dalla sindrome dell’accerchiamento e da una personale “libidine di assentimento”. È la frase plastica con la quale Concetto Marchesi bollava la grande cultura italiana degli anni '20 e '30 in un articolo apparso sul primo numero di “Rinascita” del gennaio 1945.
Del resto, pur avendo firmato quel voto che staccò il vertice della comunità dalla sua base e li isolò dalla comunità internazionale, i matematici italiani avevano ignorato la sfida lanciata dai razzisti, ed in particolare dall'Evola45, attaccando come tipicamente “ebreo” il carattere astratto della matematica che lo stesso Severi non poteva non ammettere.
Probabilmente, però, non fu tanto l'imbarazzo invocato dall'Evola a frenare i matematici italiani dal partecipare a simile discussione, quanto piuttosto un imbarazzo più complesso, rappresentato dalle ben più diffuse tesi di Bieberbach46. Severi, in una conferenza tenuta alla Sorbona nel 1935, esplicita chiaramente il suo imbarazzo (Severi, 1935, p. 582): «Nel titolo della mia conferenza ho posto la domanda dell’esistenza di uno spirito di razza, in particolare di uno spirito latino, anche in una disciplina come la nostra, che sembra sprovista a primo acchitto di qualsiasi carattere soggettivo ed essere di conseguenza universale o piuttosto internazionale per definizione. Una questione analoga, dal punto di vista tedesco, è stata sviluppata recentemente da uno dei nostri colleghi tedeschi in un modo che è stato giudicato un po’ passionale e ha scatenato parecchi rumori nell’ambiente matematico internazionale». Quest'ultima affermazione è chiaramente allusiva all'intervento di Godfrey Hardy che su Nature aveva bollato come “isterie” nazionalistiche le tesi di Bierberbach47. Severi, peraltro, era manifestamente convinto della insostenibilità intrinseca delle tesi di Bieberbach, anche per il carattere sempre più internazionale dell'impresa scientifica, in base al quale «ogni scienziato è influenzato nel suo lavoro, più fortemente e più rapidamente che in passato, dal pensiero degli scienziati di altri paesi, e ciò tende a neutralizzare gli effetti del genio nazionale» (Severi, 1935, p. 588).

Non era dunque un antisemitismo esplicito a motivare il citato comunicato dell'UMI, quanto piuttosto la sindrome di isolamento e la piena adesione alla politica del regime in tutte le sue manifestazioni.
C'è però, almeno in alcuni, un antisemitismo implicito che s'intreccia con le questioni di potere all'interno della comunità. Ciò è per esempio individuabile in certi attacchi di Bompiani  agli “ebrei” Beppo Levi e Beniamino Segre, da lui dipinti come i veri “padroni” dell'UMI. Tra le sue carte si trova infatti una lettera “strettamente confidenziale”48 a Ugo Bordoni, Presidente del Comitato del C.N.R. per la fisica e la matematica applicata, in cui è chiaro come le di poco successive vicende razziali abbiano risolto, d'un sol colpo, molti problemi di leadership e tolto ai matematici “ebrei” il “monopolio” sull'U.M.I.:

Osservo anzitutto che le lettere che m'invii riguardano l'autorizzazione a tenere il Congresso e non la richiesta di contributo da parte del nostro Comitato (questa verrà poi): sicché il Comitato, per ora, esula. Quindi ti scrivo non come Segr. del Com. ma come socio dell'U.M.I. che ne conosce la situazione sin dall'inizio.
A parte le chiacchere generiche con cui comincia la domanda, il punto importante è il penultimo alinea: “Il Comitato organizzatore del Congresso si è costituito nelle persone di (i nomi)”. Per me il fatto grave è proprio che si sia costituito da sé: la verità è che chi l'ha costituito sono i due soliti B. Levi e B. Segre che esercitano a loro uso e consumo il monopolio49 su tutte le manifestazioni dell'U.M.I.
Nello statuto dell'U.M.I. è detto invece che la Commissione Scientifica è incaricata della preparazione dei Congressi dell'U.M.I.: e la prima operazione è appunto la costituzione del Comitato organizzatore. Sulla necessità di far funzionare la Commiss. Scient. a questo scopo ho richiamato l'attenzione nell'ultima seduta amministr. (Aprile 1938) dell'U.M.I.; mi è stato risposto (proprio dal Levi) che non bisognava prendere la “via storta”; perché a lui faceva comodo prendere quella “diretta”, cioè far direttamente lui l'organizzazione a suo modo (come aveva già fatto per la rotazione delle cariche sociali da proporre al Ministro).
Secondo me basta il richiamo a questa norma necessaria dello Statuto e la constatazione della sua inosservanza per dare parere sfavorevole.
Questa non è una formalità: è l'unico modo d'impedire che continui e s'accentui l'attuale monopolio del'U.M.I.
Ora esaminiamo i nomi. Mettiamo da parte S.E. Puppini e il Conte Manzoni che ci stanno per prestigio personale e vediamo i matematici. Berzolari, bravissima persona, si è dato mani e piedi a Beppo Levi il quale gli ha fatto credere che in punto di morte il Pincherle l'avesse designato come fac-totum dell'U.M.I. Comessatti non può fare che quel che esigono Levi e Segre perché, titolare a Padova, ha un incarico a Bologna pagato £ 12.000 e naturalmente gli secca perderlo. E allora rimangono in vista i veri due burattinai della situazione: Levi e Segre, che si coprono di quegli altri rispettabilissimi nomi.
Ora il Levi è amministratore della Società, ne fa abusivamente il Segretario perché apre e risponde lui alle lettere dirette all'U.M.I. (togliendole al Segretario nominale che è il Bortolotti prima che le veda); fa il Direttore del Bollettino (nominalmente Berzolari) disponendone a suo piacere, cambiandone la periodicità (mentre anche il funzionamento del Bollettino è per Statuto di competenza della Commiss. Scient. che non è mai stata sentita); prepara di sua iniziativa la pastetta elettorale per le designazioni delle cariche al Ministro (pur col parere contrario di persone come Tonelli, Amaldi, Scorza, Sansone). Insomma fa tutto ed esclusivamente lui (col tirapiedi Segre). Siccome anche quest'invadenza gli è stata nettamente rinfacciata nell'ultima adunanza dell'U.M.I. il suo compare Segre non ha negato la cosa ma ha fatto osservare che lo Statuto non vieta questo cumulo di funzioni (strettamente legalitari quando conviene!).
Sarebbe opportuno, prima di rispondere, chiedere al nostro Ministero (Gr. Uff. Scardamaglia) se sono state rinnovate e come le cariche sociali dell'U.M.I. (scadute il 30-VI) facendo osservare che per Statuto il Ministro nomina le cariche sociali, ad eccezione delle più importanti, perché son quelle da cui effettivam. dipende il funzionam. dell'Unione, cioè il Segretario, l'Amministratore e il Direttore del Bollettino la cui nomina è lasciata direttam.  e senza alcun controllo al Presidente.

Né Severi né alcuno degli altri firmatari del documento dell'UMI del '38 ritenne necessaria un'autocritica sostanziale. E forse il problema sta tutto in quest'assenza di autocritica. Forse, in questo passare sotto silenzio una rottura che i dirigenti della matematica italiana operarono con la storia della comunità, sta l'autoconvincimento di aver operato “a vantaggio” della disciplina e la volontà di farla passare come tale. E ritorna, insistente, la domanda: come è stato possibile? Come è stato possibile che anche le vittime, di quei provvedimenti e di quel voto ritennero che alla ripresa della vita democratica tutto potesse tornare come prima, senza nemmeno una discussione chiarificatrice?
Con il comunicato del '38 fu oscurata la coscienza che le “necessità”, come i “vantaggi”, di una disciplina scientifica costituiscono uno spettro così ampio da non potersi misurare soltanto attraverso un indice particolare quale, per esempio, la necessità di non perdere le cattedre del settore. Se anche il documento dell'UMI potesse considerarsi come un “vantaggio” rispetto a tale indice, esso, come abbiamo visto, rappresenta invece un danno enorme rispetto al ben più pregnante valore professionale rappresentato dall'internazionalismo scientifico. E si è già fatto vedere come la comunità matematica del nostro paese, pur ottenendo in complesso determinati “vantaggi” durante il ventennio fascista, si mostrò alla fine incapace di un intervento complessivo e mise in luce il suo tendenziale isolamento internazionale.
L'internazionalismo scientifico poteva ben rappresentare un valore professionale più che sufficiente a motivare la resistenza contro la “libidine di assentimento”!

(Roma 1994 - “Leggi razziali e presenze ebraiche nella comunità scientifica italiana” di Pietro Nastasi)